IL MIO SOGNO CATARTICO
IL SOGNO DEL MOSTRO CHE MI VOLEVA UCCIDERE
Mi ero già laureato in Scienze Agrarie con il massimo dei voti, e avevo avuto subito l’incarico annuale presso l’Istituto Professionale per L’Agricoltura di Pontecagnano (SA), a 20 km da casa. Quindi ritenevo che i miei problemi fossero finiti per sempre.
Ed invece, quando dovevo prendere la parola nei consigli di classe era un dramma perché mi facevo rosso e non mi veniva nulla da dire. Ero molto impacciato.
L’ultima figuraccia l’avevo fatta proprio qualche giorno prima del sogno, in occasione della riunione per la scelta dei libri di testo. Ero un nuovo assunto e non avevo effettivamente nulla da dire sulla questione dei libri di testo, ma mi sentii bloccato e non dissi nulla.
Era mai possibile che a 29 anni ero ancora lo stesso di prima?
Cosa mi bloccava in quella circostanza, la presenza del preside (1) o di Silvana, una collega bionda bellissima che guardavo estasiato senza dirle una parola?
LA CAUSA DELLA MIA TIMIDEZZA
Il mio sogno catartico
Ormai sapevo che la causa della mia timidezza si collegava all’aggressività di mio padre che si manifestava immancabilmente quando gli mancavo di rispetto. Invece quando mi comportavo bene mio padre mi amava tantissimo.
Del resto, ero l’unico maschio con tre sorelle e quindi ero il beniamino indiscusso della famiglia. Fino ai 10-11 anni circa ho dormito in mezzo a mio padre e mia madre. Purtroppo quando si arrabbiava con me, mio padre diventava furioso. Dopo le sue sfuriate, per fargli dispetto mi andavo a nascondere per non farmi trovare. Ma la sera avevo paura del buio e dovevo per forza uscire dal mio nascondiglio! Ma dormivo ai piedi di mia madre per alcuni giorni.
Crescendo ero diventato un ragazzo apparentemente perfetto, proprio come voleva mio padre. Ero brillante negli studi, almeno a partire dall’Istituto Agrario. Ricordo ancora come se fosse ieri quando il mio professore di lettere mi disse davanti alla classe che mio padre era andato a informarsi come andassi a scuola. Il professore gli disse che andavo bene e mio padre gli sembrò all’improvviso l’uomo più felice del mondo!
Purtroppo ero una frana nelle relazioni soprattutto con le donne.
I DUE PRIMI SAGGI DI PSICOLOGIA CHE HO LETTO
Il mio sogno catartico
Quando nel 1972 mi recai a Roma per sostenere gli esami per entrare nel ruolo Ufficiali del Corpo Forestale dello Stato, fui attratto dal titolo di un libro su una bancarella: “Che cos’è la psicanalisi” di Pierre Daco. Lo lessi tutto d’un fiato, tanto era affascinante e chiaro.
Subito dopo lessi anche “Che cos’è la psicologia” dello stesso autore, e ormai ero sicuro che il mio complesso d’inferiorità fosse dovuto all’eccessivo rigore di mio padre. Ero in attesa di un sogno rivelatore. Tenevo un blocco notes sul comodino su cui trascrivevo i sogni, senza aspettare la mattina quando ogni emozione è sparita e sono stati dimenticati tanti particolari del sogno.
E così il 20.05.1973, dopo la citata ennesima figuraccia durante la riunione dei professori per la scelta dei libri di testo, feci un sogno terribile: il sogno del mostro che mi voleva uccidere!
DESCRIZIONE DEL SOGNO CATARTICO
Il mio sogno catartico
Mi trovo con diversi compagni della mia prima adolescenza e sto salendo la scala di un palazzo. Il palazzo si trovava a Mercato S. Severino (SA), dove avevo frequentato le scuole medie. Nel sogno dovevamo salire fino all’ultimo pianerottolo, per poi scendere dal lato opposto e ritrovarci a destinazione (2).
Mano a mano che saliamo le scale, i vari compagni entrano alla spicciolata in qualche appartamento, finché mi ritrovo soltanto con il compagno più grande. (3).
Ma ad un certo punto anche questo ragazzo, che era il nostro caporione, entra nel suo appartamento, e io resto tutto solo, e continuo a salire le scale. Nel sogno montava la paura. (4)
Continuo a salire le scale per arrivare alla sommità del palazzo. Ed ecco che all’improvviso il palazzo scompare e il pianerottolo dove mi trovo si trasforma in una piattaforma altissima, una sorta di ring di metallo. Non c’è possibilità di fuga. La paura diventa fortissima. E intanto sento provenire dal basso un rumore di ferramenta e noto anche del sangue. Un mostro informe, una specie del mostro di Frankenstein, sta salendo in un ascensore e dal sangue capisco che ha già ucciso qualcuno.
IO MI DIFENDO CHE TI CREDI!
Il mio sogno catartico

Quando sto per essere colpito dal mostro, mi sveglio gridando: Io mi difendo, che ti credi! (5)
Appena sveglio, consapevole dell’importanza del sogno, cominciai subito a trascriverlo sul taccuino. Quando arrivai alla descrizione del mostro, fui assalito da una straordinaria associazione di idee. Mi vedo ragazzino mentre scappo attraverso le cinque stanze della mia casa (6), inseguito da mio padre che gridava come un ossesso. Mi rifugiai nel bagno adiacente all’ultima stanza.

La debole porta del bagno tremava sotto i calci furiosi di mio padre. Avevo l’impressione che la porta stesse per cedere da un momento all’altro. Non piangevo ed ero rannicchiato in attesa del peggio. In quel momento di terrore pensai che mio padre fosse un mostro che mi voleva uccidere! (7)
La coscienza però non ammette che il proprio padre possa essere un mostro e l’episodio fu subito dimenticato e rimosso nell’inconscio.
IL PIANTO LIBERATORIO
Il mio sogno catartico
Rivivendo nitidamente questo episodio traumatico del passato, mi misi a piangere a dirotto. Piangevo ora per allora, sia per la gioia di avere scoperto la causa della mia timidezza (insicurezza), sia per la fortissima emozione provata, identica a quella che causò il trauma.
Dopo il sogno catartico, il rossore al viso scomparve e sono scomparsi gradualmente anche gli altri sintomi, ma non al 100%. La mancanza di sicurezza, in particolare, ha pregiudicato la mia carriera nel CFS.
Quando si rivive un episodio traumatico rimosso e dimenticato, il trauma viene rielaborato, compreso e accettato dalla coscienza attraverso il pianto. Dall’inconscio l’episodio accede alla coscienza. Si forma cioè il collegamento neurale tra la coscienza o cervello cognitivo e l’inconscio o cervello emotivo, ovvero tra i due emisferi cerebrali. Ciò consente anche il recupero delle energie legate all’emozione bloccata.
Se mio padre che ho amato tantissimo, e al quale sono assai grato per aver fatto tantissimi sacrifici per farmi studiare (8), non fosse diventato un mostro per il mio inconscio, forse non mi sarei appassionato così tanto alla crescita personale.
NOTE ESPLICATIVE
Il mio sogno catartico
1) Il preside e tutte le autorità come le persone in divisa sono simboli paterni, per cui se il padre inconsciamente ti fa paura, tutte le autorità ti fanno paura.
2) Salire le scale del palazzo e poi ridiscendere dal lato opposto per giungere a destinazione, è una ascensione, cioè il simbolismo della traversata. Raggiungere la destinazione, come per esempio uscire da un tunnel e ritrovare la luce, segnala la guarigione psicologica. Quindi nel sogno salgo le scale del palazzo per liberarmi dei miei problemi, ma non è una cosa facile e ho paura di qualcosa che sta per accadere.
3) Il compagno più grande di me era un capo per noi ragazzini. Quindi nel sogno rappresenta la guida di cui avevo bisogno per fare la traversata. Questa guida che ad un certo punto sparisce e mi abbandona, riconduce a mio padre che forse non aveva svolto bene il suo compito di genitore.
4) Il sogno si collega ad un episodio reale in cui, assieme a tanti altri ragazzini, una sera d’inverno avevamo costruito un grande pupazzo di neve al centro della strada nazionale SS 88 che passava all’interno del mio paese (Preturo di Montoro Inferiore). All’improvviso apparvero due motociclisti della polizia stradale e ci fu un fuggi-fuggi generale. Io seguii nella fuga il caporione, il quale però abitava proprio lì vicino e quindi nel sogno, salendo le scale, non me lo vidi più davanti e mi ritrovai tutto solo. Dovetti andare avanti e attraversare in piena notte una stradina di campagna non illuminata per raggiungere il vicolo dove abitavo. La paura faceva 90.
5) Probabilmente il fatto che mi svegliai dicendo al mostro “Io mi difendo, che ti credi”, autentico grido di disperazione, ma anche di sfida nei riguardi del mostro, significa che ero arrivato alla comprensione del mio problema ed ero pronto per la catarsi.
6) La mia casa era composta di cinque stanze al primo piano una appresso all’altra e senza corridoio e in fondo all’ultima stanza era situato il bagno costruito in un secondo tempo.
PERCHÉ PENSAI CHE MIO PADRE FOSSE UN MOSTRO?
7) In effetti la porta del bagno non cedette perché mio padre voleva soltanto spaventarmi per insegnarmi la buona educazione, ma io ero un ragazzino e non potevo capire come stavano realmente le cose. In quel momento pensai che mio padre fosse un mostro che mi voleva uccidere.
Potresti chiedermi a questo punto: che cosa avevo fatto di così grave? Non lo so, forse gli avevo risposto male, forse era la prima e unica volta che l’avevo mandato a quel paese. Non è facile domare un puledro ribelle, ma se non si doma quando è piccolo, poi succede di peggio! Ovviamente pensare che il proprio padre fosse un mostro è una cosa assurda e inaccettabile per la coscienza e pertanto l’episodio viene subito rimosso e dimenticato.
L’emozione traumatica, carica di energia, resta così memorizzata soltanto nell’inconscio dove forma un blocco psichico che si comporta come corpo estraneo capace di provocare sintomi più o meno vistosi come il rossore in viso ogni volta che avevo a che fare con una figura autoritaria, soprattutto le persone in divisa, persino il controllore del treno o del pullman.
8) Alle medie studiavo poco e fui rimandato a tre materie il primo anno e bocciato il secondo anno. Ciononostante mio padre mi fece ripetere la seconda classe e già alla terza media ero tra i primi della classe. Cominciai a capire che se studiavo mio padre mi teneva in pompa magna! E così mi sono laureato in Scienze Agrarie con 110. Però la mia passione non era l’agricoltura, ma i misteri della nostra mente!
